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Amanita phalloides

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Amanita phalloides

                                    … Amanita phalloides,  l’Angelo della morte

Autunno 2018: nuova e ricca stagione su tutto il territorio nazionale per la produzione fungina. Il protocollo, ormai divenuto classico, si ripete, come ogni anno, nei minimi particolari: i “funciari” (raccoglitori di funghi), cestino, bastone e scarponi, “sciamano” a centinaia nei boschi alla ricerca delle prelibatezze stagionali: “ovoli” e “porcini”, dimenticando le più elementari norme relative alla raccolta ed al consumo dei “nostri amici del bosco”, “deliziandosi” con la ricerca indiscriminata di quanto, nascosto tra le foglie del sottobosco, si presenta con la classica forma del fungo e, quindi, potenzialmente utile per dare un tocco di classe alla tavola per il pasto serale a fine giornata. Il protocollo si ripete, purtroppo, anche per le conseguenze spesso spiacevoli ed irreversibili verso le quali numerosi incauti raccoglitori vanno incontro: “Rocca di Papa, famiglia avvelenata dai funghi: morti i due nonni, gravi altri tre…” la notizia diffusa via web da “il giornale.it” oggi, 14 settembre 2018, addita, ancora una volta, come responsabile del grave episodio, ponendola sul “banco degli imputati”, la solita Amanita phalloides un fungo mortale dall’aspetto elegante e dalle caratteristiche morfocromatiche particolari che ne fanno una specie di facile riconoscimento e non confondibile, almeno in teoria e per quanti hanno acquisito una minima competenza nel riconoscimento dei funghi, con altre specie fungine.

Prendiamo spunto da questa, purtroppo, ferale notizia per presentare ai nostri lettori “l’Angelo della morte”, con l’intento primario di fornire, in maniera particolare ai neofiti, gli elementi utili al suo riconoscimento.

Amanita phalloides

Genere Amanita Pers. 1797

Al Genere appartengono sporofori eterogenei (quando cappello e gambo presentano struttura molecolare diversa che consente una netta e facile separazione dei due elementi) ben differenziati e facilmente individuabili, limitatamente alla determinazione del genere di appartenenza, per la presenza di particolari e caratteristiche ornamentazioni che si formano sul cappello e sul gambo, tanto nella parte apicale quanto nella parte inferiore. Sono funghi bivelangiocarpici ossia muniti di due veli. Uno detto velo generale che avvolge l’intero carpoforo fin dalla sua formazione allo stadio di primordio che lo rende simile, per la sua strutturazione, ad un uovo e per tale caratteristica consente di conferirgli, appunto, la denominazione di “ovolo”; l’altro, detto velo parziale, inteso a proteggere la zona imeniale (parte fertile del fungo – formata, nel caso delle Amanite, da lamelle e situata nella parte inferiore del cappello ove si formano gli elementi riproduttivi: le spore) che dall’orlo del cappello si estende fino al gambo.

La formazione del carpoforo, con il suo accrescimento sia in altezza sia in larghezza, causa, man mano che il processo di formazione procede, la lacerazione dei due veli che, a rottura, formano, per quanto riguarda il velo generale, un residuo che va a depositarsi nella parte bassa del gambo dando origine alla formazione di una specie di guaina basale detta “volva” ed anche, a volte, alla formazione di residui dissociati sul gambo ed alla formazione - anche se non sempre - sul cappello di ornamentazioni dette, in senso generico, “verruche”. Per quanto riguarda il velo parziale, la sua lacerazione, con il distacco dello stesso dall’orlo del cappello, causa – anche se non sempre -  la formazione di un “anello” che va a posizionarsi sul gambo [Miceli, 2017].

Amanita phalloides Amanita phalloides 

Amanita phalloides (Vaill. ex Fr.) Link

 Handb. Erk. Gew. 3: 272 (1833)

E’ un fungo basidiomicete a larga diffusione territoriale, presente in numerosi esemplari prevalentemente nei boschi di latifoglie (querce, noccioli, carpini, castagni, faggio) e, a volte, anche di conifere in associazione a diverse specie di pino. Comunemente conosciuto come “Amanita falloide” o “Tignosa verdognola”, è velenoso-mortale ed è considerato il più pericoloso esistente in natura a causa della sua elevata tossicità e per il suo aspetto polimorfico e policromatico che lo rende, ad un esame superficiale e per i neofiti, somigliante a molte specie fungine. Unitamente alle sorelle Amanita verna ed Amanita virosa è responsabile del più alto numero di casi di avvelenamento con esito mortale [Balestreri, 2011].

Nell’immaginario collettivo, specialmente per la mancanza di nozioni basilari di micologia, viene erroneamente identificato con Amanita muscaria, un bellissimo ed elegante fungo dal colore rosso ricoperto da fiocchetti bianchi che, pur essendo tossico, é privo di effetti letali.

Basionimo: Agaricus phalloìdes Vaill. ex Fr. 1821

Posizione sistematica: classe Basidiomycetes, ordine Amanitales, famiglia Amanitaceae, genere Amanita.

Etimologia: dal greco phallòs (fallo) e eîdos (forma, sembianza) e cioè "a forma di fallo" con riferimento alla conformazione che assume da giovane.

Sinonimi principali: Fungus phalloìdes Vaill. (1723), Amanita viridis Pers. (1797), Agaricus virosus Vitt. (1835), Venenarius phalloides (Vaill. ex Fr.) Murrill (1912), Amanitina phalloides (Vaill. ex Fr.) E. J. Gilbert (1940)

Nomi volgari: Tignosa verdognola, Amanita verdognola, Ovolo bastardo.

 Nomi dialettali: Funciu di cerza; Funciu vilinusu (nomi dialettali siciliani) [Bonazzi, 2003]

Amanita phalloides

Descrizione macroscopica

Cappello di medie dimensioni, generalmente 8-16 cm. di diametro; inizialmente emisferico, poi convesso e, verso la maturità, piano convesso, privo di umbone; superficie regolare, margine intero, non striato, leggermente rivoluto (rivolto verso il basso), a volte con residui del velo parziale; cuticola leggermente eccedente (quando sporge dal margine del cappello), interamente separabile dal cappello, umida e leggermente vischiosa a tempo piovoso, lucida ed asciutta a tempo secco, liscia e percorsa da fini fibrille (piccole e sottili fibre, più o meno lucenti, posizionate radialmente sulla cuticola o longitudinalmente sul gambo di alcune specie fungine) radiali innate, generalmente nuda, a volte con placche biancastre irregolari derivate dal velo generale, colore estremamente variabile con tonalità verdastre: verde, verde pallido, grigio-verde, giallo, giallo-verdastro, giallo-bruno, giallo-olivastro. Imenoforo costituito d lamelle fitte, sottili, libere al gambo (quando si interrompono prima di arrivare al gambo), intervallate da lamellule (struttura lamellare di dimensioni minori rispetto alle lamelle) tronche di diversa lunghezza, di colore bianco con riflessi giallo-verdastri negli esemplari maturi; taglio leggermente fioccoso negli esemplari giovani; spore in massa bianche, identificative dei funghi appartenenti al gruppo dei leucosporei. Gambo centrale, cilindrico, slanciato, leggermente svasato all’apice si allarga progressivamente verso la base dove dove si completa con un evidente bulbo a forma sferica o quasi sferica, inizialmente pieno poi, verso la maturazione farcito, midolloso, cavo; colore bianco-biancastro, ricoperto nella zona alta da una leggera pruina bianca, nelle altre parti decorato da bande o zebrature trasversali più o meno evidenti concolori al fondo negli esemplari giovani, con sfumature giallo-verdastri negli esemplari maturi. Anello posizionato nella zona alta del gambo, sottile, membranoso, persistente, pendulo, leggermente striato nella pagina superiore, fioccoso in quella inferiore, di colore bianco assume riflessi giallini negli esemplari maturi. Volva evidente, a sacco, membranosa, sottile, aderente al bulbo con l’orlo, spesso lobato, distanziato dal gambo, di colore bianco-bianco sporco. Carne soda e compatta, inizialmente tenere, poi molle, fibrosa nel gambo, colore bianco con sfumature giallo-verdastre sotto la cuticola, odore debole, gradevole negli esemplari giovani, sgradevole tendente al cadaverico negli esemplari maturi, sapore dolciastro.

Habitat

Specie molto comune e largamente diffusa, inizia a fruttificare sin dall’estate dopo le prime piogge, protraendo la crescita fino ad autunno inoltrato. Si presenta in gruppi, spesso di numerosi esemplari, nei boschi di latifoglie e, a volte, anche in quelli di conifere.

Commestibilità, tossicità e curiosità

Velenoso, mortale. Causa sindrome falloidea(1) caratterizzata da grave insufficienza epatica.

Si tratta di uno dei funghi più pericolosi esistenti in natura tanto per il contenuto di tossine velenose quanto per la sua diffusione territoriale che lo vede presente in numerosi habitat boschivi.

I casi di avvelenamento che annualmente vengono segnalati ai vari ispettorati micologici sono numerosi e spesso ad esito mortale. Tuttavia si ha notizia, in letteratura, di un curioso caso registrato nell’autunno del 2012, legato al consumo di A. phalloides cruda unitamente all’abbondante ingestione di vino ed acqua idrolitina (composto a base di bicarbonato di sodio che genera effervescenza), con conseguenze cliniche molto modeste.

Nella fattispecie dopo la comparsa della sintomatologia gastrointestinale con vomito, dolori addominali, diarrea e progressiva disidratazione, la fase clinica successiva, che generalmente determina la necrosi delle cellule epatiche, non si è verificata con la consueta gravità consentendo, dopo le cure del caso, la completa guarigione del paziente.

La stranezza dell’evoluzione clinica viene attribuita, solo a livello di ipotesi, alla concomitanza di diversi fattori quali il consumo del fungo crudo unitamente all’abbondante ingestione di liquidi (vino ed acqua idrolitina) che hanno verosimilmente diluito i succhi gastrici riducendone l’azione [Illice, 2013].

I suoi effetti mortali sono noti dai tempi più antichi, tanto che - la storia racconta - A. phalloides fu utilizzata per commettere omicidi di personaggi eccellenti quali, ad esempio, l’imperatore romano Claudio avvelenato dalla moglie Agrippina per consentire la successione al trono del figlio Nerone; tutta la famiglia di Euripide; Papa Clemente VII, la vedova dello zar Alessio [Della Maggiora, 2007 - AGMT, 2013 – Sorbi, 2014]. 

Principi attivi

E’ stata ampiamente confermata, attraverso approfonditi studi di varia natura, la presenza in A. phalloides, di tre principi tossici: fallolisine, falloidine e amatossine.

·        Le fallolisine, sostanze termolabili ad effetto emolitico, vengono decomposte con il calore e non presentano alcuna pericolosità quando il fungo viene consumato ben cotto [Milanesi, 2015].

·        Le falloidine, costituite da aminoacidi, sono termostabili, ovvero mantengono inalterate le proprietà anche se i funghi che le contengono sono sottoposti a cottura. In ogni caso non vengono assorbite dal tubo digerente nell’intestino e non svolgono, di conseguenza, alcuna attività tossica [Milanesi, 2015].

·        Le amanitine, molto pericolose e ad azione mortale, sono termostabili (quando non subiscono alcuna variazione se sottoposte all’azione del calore) e responsabili di epatocitolisi fulminante. La dose letale è di 0,1 mg per kg di peso corporeo. Si consideri che un basidioma di A. phalloides di medie dimensioni contiene 5-8 mg di amanitina, sufficiente per causare la morte di un individuo adulto del peso di 70-80 kg [Milanesi, 2015].

Proprietà farmacologiche

Un gruppo di ricercatori del Centro tedesco di Ricerca sul cancro (Deutsches Krebsforschungszentrum) con a capo il Dott. Gerhard Moldenhauer, unitamente ad altri centri, conduce, ormai da anni, uno studio mirato all’utilizzo delle tossine contenute nel fungo, in particolare le α-amanitine, per colpire e distruggere le cellule tumorali. Gli esperimenti in vitro e sugli animali, hanno consentito di accertare che legando un anticorpo presente nell’organismo umano alle α-amanitine e veicolando l’insieme direttamente sulle cellule tumorali, queste regrediscono e successivamente vengono definitivamente distrutte [Seltmann, 2012 – Sorbi, 2014]. Ovviamente la strada da seguire è ancora lunga ma gli esperimenti lasciano ben sperare e, forse, in un futuro più o meno prossimo l’Angelo della morte potrà divenire l’Angelo della vita.

 Forme e varietà                   

·        Amanita phalloides var. alba Costantin & L.M. Dufour (1895).   Amanita phalloides var. alba

Si presenta perfettamente identica, nella conformazione morfologico-strutturale, ad A. phalloides ma con una colorazione totalmente bianca. E’ specie velenoso-mortale.

Per il suo colore bianco è spesso confusa con esemplari fungini appartenenti al genere Agaricus che differiscono per il colore delle lamelle inizialmente grigio chiaro, beige, nei giovani esemplari che tende a scurire sempre più a maturazione verso il bruno-tabacco o nerastro.

 Specie Simili

·        Amanita caesarea (Scop. : Fr.) Pers. (1801)

Ottimo commestibile e ricercata specie fungina, si presenta, allo stadio adulto, completamente diversa da A. phalloides, sia per la colorazione generale totalmente giallo-aranciato, sia per la conformazione morfologico-strutturale, tanto da non creare alcuna possibilità di confusione con A. phalloides.

Allo stadio primordiale, invece, quando si presenta completamente avvolta dal velo generale, è perfettamente identica ad A. phalloides dalla quale differisce per minimi particolari, quali, ad esempio: la base appuntita e la parte superiore più larga ed arrotondata (come un uovo rovesciato) mentre A. phalloides presenta tali caratteristiche invertite: base arrotondata, superficie superiore appuntita. Alla sezione A. caeasarea mostra i colori giallo-aranciati della superficie del cappello e delle lamelle che, in A. phalloides sono, invece, perfettamente bianche.

 

E’ opportuno ricordare che numerosi casi di avvelenamento, spesso con esiti mortali, sono dovuti alla imprudenza ed alla ingordigia dei cercatori che raccolgono il fungo allo stadio di ovolo confondendo le due specie con conseguenze molto gravi e spesso irreversibili.

Consigliamo di evitare la raccolta dei funghi allo stadio primordiale attenendosi alla normativa vigente che ne vietata tassativamente la raccolta prima che il velo generale si sia lacerato lasciando intravedere il corpo fruttifero sottostante.

A maturazione, A. phalloides si presenta con una notevole varietà cromatica che, come già detto, può essere verde, verde pallido, grigio-verde, giallo, giallo-verdastro, giallo-bruno, giallo-olivastro, quindi può facilmente creare confusione con numerose altre specie fungine appartenenti a diversi generi quali, ad esempio, Tricholoma, Russula, Volvaria, Melanoleuca, Leucoagaricus ecc. Data la vastità dell’argomento preferiamo rinviare il lettore a testi monografici specifici.

 Conclusioni

Desideriamo, prima di congedarci, lanciare un appello che vuole essere, in ogni caso, un consiglio ed un monito utile a chi si improvvisa ricercatore o, più semplicemente, consumatore di funghi: consumate solo funghi della cui commestibilità siete certi, fidatevi esclusivamente del giudizio di commestibilità espresso da un “micologo” professionista; non accettate funghi in regalo né regalatene se non preventivamente controllati e certificati; diffidate sempre del parere dei “così detti esperti”.

 

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(1)   Sindrome falloidea

Il periodo di latenza varia tra le 6 e le 24 ore dal consumo dei funghi.

I sintomi si manifestano in fasi progressive di aggravamento: inizialmente disturbi gastrointestinali, dolori addominali, vomito, diarrea, stato di disidratazione; successivamente, nei giorni seguenti, dopo un apparente miglioramento, inizia a manifestarsi danno epatico che, in una fase ancora successiva, si avvia verso insufficienza epatica acuta, ipoglicemia ed ittero, coma epatico, insufficienza renale, decesso.

I principi tossici si identificano in fallolisine, falloidine e amanitine, queste ultime le più pericolose: la dose letale è pari a 0,1 mg per Kg di peso corporeo, basti pensare che un esemplare fungino di medie dimensioni contiene da 5 ad 8 mg. di amanitina, più che sufficienti per causare la morte di un individuo adulto (I. Milanesi 2015).

Le specie responsabile dell’intossicazione sono: Amanita phalloides, A. phalloides Var. AlbaA. verna, A. virosa, A. porrinensis; Galerina marginata, G. autunnalis, G. badipes; Conocybe filaris, Lepiota helveola, L. josserandii, L. brunneoincarnata, L. castanea, L. subincarnata, L. clypeolariodes

Le statistiche riferiscono di numerosi casi di decesso e numerosi altri risolti con trapianto di fegato [Miceli, 2016].

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Foto: Carmelo Di Vincenzo, Angelo Miceli, Franco Mondello, Federico Stella

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Approfondimenti bibliografici

·         AMINT (Associazione Micologica Italiana Naturalistica Telematica), 2007: Tutto funghi.  Giunti editore, Firenze (ristampa 2010)

·         Assisi Francesca, Balestreri Stefano, Galli Roberto, 2008: Funghi velenosi. dalla Natura, Milano

·         Balestreri Stefano, 2011: Amanita phalloides. In Appunti di Micologia (www.appuntidimicologia.it)

·         Bettin Antonio – 1971: Le amanite. L.E.S. Libreria Editrice Salesiana, Verona

·         Boccardo Fabrizio, Traverso Mido, Vizzini Alfredo, Zotti Mirca, 2008: Funghi d’Italia. Zanichelli, Bologna (ristampa 2013)

·         Bonazzi Ulderico, 2003: Dizionario dei nomi volgari e dialettali dei funghi in Italia e nel Canton Ticino. A.M.B. Fondazione Centro Studi Micologici, Trento

·         Buda Andrea, I Funghi degli Iblei. Vol. 1. A.M.B. Gruppo di Siracusa. Siracusa

·         Buffoni Lorenzo, 1983: Gli avvelenamenti da Amanite tossiche. In Merlo E. e altri, 1983: Le Amanite. Sagep Editrice, Genova: 128-137

·         Consiglio Giovanni, Pierotti Alessio, 2013: Approccio al Genere Amanita – IV. A.M.B. Rivista di Micologia, 2: 99-116. Trento

·         Galli Roberto, 2007: Le Amanite. 2^ edizione. dalla Natura, Milano

·         Illice Mirko, 2013: Un curioso caso di consumo di Amanta phalloides privo di serie conseguenze. A.M.B. Rivista di Micologia, 1 : 45-48. Trento

·         Papetti Carlo, Consiglio Giovanni, Simonini Giampaolo, 2004: Atlante fotografico dei Funghi d’Italia, Vol. 1 (seconda ristampa). A.M.B. Fondazione Centro Studi Micologici, Trento

Vedi anche: Tutte le Specie del Genere Amanita

 

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